Gianfranco Chiavacci, nato a Pistoia nel 1936 e ivi scomparso nel 2011, si attesta nel panorama artistico come una figura di spicco e un caposaldo imprescindibile della ricerca analitico-concettuale legata ai linguaggi computazionali. Dopo un esordio pittorico vicino alle correnti dell’astrattismo internazionale della metà degli anni Cinquanta, la sua svolta strutturale avviene nel 1962. Frequentando i corsi IBM per programmatori, Chiavacci assimila i fondamenti del pensiero scientifico e, già dal 1963, traspone la logica binaria nella pittura. Questa scelta, da lui definita «logica a due stati» per distinguerla nettamente da dualità o dualismi, diviene il nucleo teorico e operativo di un'indagine sperimentale sulla bidimensionalità conclusasi solo nel 2007. L'artista rifiuta l'uso materiale della macchina informatica per la produzione delle opere, privilegiando il puro processo logico-esecutivo; il suo interesse non risiede infatti nella tecnica, ma nel pensiero che la sostiene. Fondamentale in questo percorso è anche il fitto sodalizio intellettuale con il conterraneo Fernando Melani, avviato nel 1964 e durato fino alla scomparsa di quest'ultimo nel 1985. Sul piano espositivo, dopo la prima personale nel 1967 alla celebre Galleria Numero di Fiamma Vigo a Firenze, collabora attivamente con la galleria Sincron di Brescia e partecipa nel 1969 allo storico evento d’avanguardia 11 giorni di arte collettiva a Pejo ’69, al fianco di esponenti della sua generazione come Hidetoshi Nagasawa. Nei primi anni Settanta avvia una fruttuosa collaborazione con il Centro Sperimentale di Ricerca Estetica di Torino, dove nel 1973 allestisce la seminale rassegna Binarietà, mentre nel 1994 la complessità della sua opera viene storicizzata a Perugia nella rilevante personale Limiti, curata dall'autorevole storico dell'arte Bruno Corà. La definitiva consacrazione critica viene sancita a partire dal 2010 attraverso imponenti tappe istituzionali: tra queste spiccano l'ampia retrospettiva Binaria, curata da Gianluca Marziani a Palazzo Collicola in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, e la mostra Fotografia Totale a Palazzo Fabroni, curata da Valerio Dehò, che mette in luce per la prima volta il valore pionieristico della sua ricerca fotografica, oggi capillarmente inserita in prestigiose collezioni nazionali ed internazionali.