Alighiero Boetti si forma al di fuori delle accademie. Lasciati gli studi di Economia, orienta la sua ricerca verso territori eterogenei: la matematica, la filosofia, l'esoterismo e le culture orientali. Questa spinta enciclopedica si traduce, nei primi anni Sessanta, in disegni industriali a china e sperimentazioni con materiali edili come gesso e plexiglas. Nel 1967, la sua prima personale alla galleria Stein di Torino lo colloca tra i protagonisti dell'Arte Povera teorizzata da Germano Celant. Lavori come Catasta o Lampada annuale contengono già i cardini della sua indagine: l'uso di elementi industriali, il tempo inteso come potenziale e lo scardinamento dell'idea classica di opera d'arte. Il distacco dal gruppo si formalizza nel 1972, quando l'artista sdoppia la propria identità firmandosi "Alighiero e Boetti".Il baricentro della sua produzione si sposta a Roma e, contemporaneamente, verso l'Asia. Dal 1971 l'Afghanistan diventa un punto di riferimento cruciale. A Kabul Boetti apre il One Hotel e avvia la serie delle Mappe: planisferi politici ricamati dalle donne del luogo, dove i confini sono definiti dalle bandiere nazionali. In questo processo l'artista azzera l'arbitrio estetico personale, limitandosi a innescare un meccanismo visivo basato su regole preesistenti. La stessa logica di delega e ripetizione si ritrova nei cicli eseguiti a penna biro a Roma, come Mettere al mondo il mondo, dove il disegno finale nasce dalla stratificazione di gesti minimi compiuti da terzi.L'ultimo decennio, che si sviluppa nello studio romano vicino al Pantheon, accentua l'aspetto concettuale della scrittura e del linguaggio, con frasi tracciate con la mano sinistra o racchiuse in griglie ricamate. La produzione tessile, dopo l'occupazione sovietica dell'Afghanistan, si sposta a Peshawar, in Pakistan, per dare continuità al lavoro con i rifugiati. Negli anni Ottanta e Novanta, Boetti alterna grandi installazioni museali e cicli su carta di riso a riflessioni sul flusso dei media, come le copertine dei periodici riprodotte a matita. La sua partecipazione con una sala personale alla Biennale di Venezia del 1990 chiude un percorso interamente fondato sulla tensione tra ordine e disordine, tra l'idea dell'autore e l'esecuzione collettiva.